C'e' una ''significativa possibilita''' che l'agenzia di rating Fitch tagli il rating italiano. Lo ha detto l'analista dell'agenzia David Riley secondo la Bloomberg. Secondo Riley, responsabile dei rating sovrani dell'agenzia statunitense, ''per rimuovere il premio di rendimento (dei titoli di Stato) dovuto alla crisi, ndr) ci vorrebbe una credibile rete di protezione''. Invece ''al momento questa non e' disponibile, e questa e' una seria preoccupazione con riguardo all'Italia''. Fitch mantiene un rating pari a 'A+' sul debito italiano, un gradino al di sopra di Moody's (A2) e S&P (A). Non c'e' solo l'Italia, tuttavia, nel mirino dell'agenzia di rating: altri Paesi europei potrebbero vedersi tagliare il merito di credito ''di uno o due gradini'' quando, questo mese, Fitch concludera' la sua revisione. Le sfide che l'Eurozona dovra' affrontare nel 2012 dal punto di vista economico e del credito sovrano, con l'indebitamento totale che dovrebbe attestarsi a circa 2.000 mld euro, sono ''sottolineate dal fatto che piu' della meta' di questo debito sara' emessa da governi a rischio di declassamento del rating''. ''La crisi sistemica sara' prolungata'' - ha spiegato Riley - e questo influenzera' il giudizio sulla solvibilita' degli Stati.
Chi non ricorda lo strepitoso successo cinematografico di inizio anni ottanta, Il tempo delle mele, che ha lanciato nell'olimpo del grande schermo la allora attrice francese sconosciuta, Sophie Marceau. Da allora con il termine il tempo delle mele si suole indicare l'età dell'adolescenza ovvero un periodo temporale durante la crescita di un ragazzino in cui inizia a maturare per diventare, si spera, un uomo a seguito di esperienze che lo devono preparare alla vita, come le prime attrazioni sessuali, i primi sentimenti d'affetto e i primi turbamenti e disagi sociali. Al tempo delle mele, se me lo consentite, si deve contrapporre il tempo delle pere ovvero un periodo della vita di un uomo in cui grazie al ricorso a sostanze allucinogene si ha la possibilità di evadere dalla vita reale e proiettarsi in un mondo proprio fatto di sensazioni, astrazioni e pensieri, che purtroppo esistono solo nella propria mente.
Visto quello che sta accadendo al panorama bancario italiano, e non solo, direi proprio che milioni di persone stanno vivendo il loro tempo delle pere. Sono inondato di richieste in posta elettronica di lettori e sostenitori che mi chiedono cosa devono fare con l'aumento di capitale di Unicredit, o se la loro banca in cui sono appoggiati rischia il default, o perchè la loro azienda si è vista ridimensionare in poco tempo il fido precedentemente accordato e così via discorrendo. Cerchiamo di fare assieme alcune riflessioni: Unicredit, la più grande banca italiana per capitalizzazione di borsa (almeno fino ad agosto 2011) è passata dai 70 euro di metà 2007 ai 2,5 euro di inizio 2012, significa una perdita di capitalizzazione di oltre il 95% (significa che se aveste investito 10.000 euro in azioni Unicredit oggi vi trovereste con meno di 500 Euro: ognuno faccia le relative considerazioni).
Negli scorsi anni, i governi di Corea del Sud, Malaysia, Indonesia, Bielorussia, Argentina e Brasile hanno stipulato accordi bilaterali con Pechino in cui si stabiliva la possibilità di utilizzare lo yuan come moneta di riferimento alternativa al dollaro. Nonostante il più che cospicui vantaggi garantiti da questi accordi, gli alti rappresentanti cinesi, non paghi dei risultati ottenuti, hanno perseguito con ostinazione i loro sempre più ambiziosi obiettivi riuscendo infine a compiere il vero salto di qualità. Lo scorso 26 dicembre, infatti, si è tenuto il vertice di Pechino, al termine del quale il capo del governo cinese Wen Jibao e il Primo Ministro giapponese Yoshihiko Noda hanno sottoscritto un accordo dall’enorme coefficiente strategico, che prevede l’abbandono del dollaro come valuta di riferimento nell’ambito degli interscambi tra le due potenze asiatiche. Yuan e yen saranno chiamate a sostituire la moneta statunitense, che fino a quella fatidica data costituiva l’indice di riferimento di oltre la metà delle transazioni commerciali tra Pechino e Tokio.
La storia ha già bocciato, con sentenza passata in cassazione, le teorie economiche che oggi qualche bizzarro censore ripropone in svariati saggi. Ovvero più debito, moneta sovrana e inflazione elevata per soddisfare la domanda interna, svalutare e facilitare l'esportazione dei mercati. Ho già argomentato, in un articolo precedente "c'è chi parla di ritornare alla lira" le motivazioni oggettive che spingono ad una contrazione di debito e politiche inflattive da un lato, al risanamento economico e sviluppo dall'altro.
Adesso voglio riproporre una pagina che gli economisti ben dovrebbero conoscere. E' la famosa inflazione della Repubblica di Weimar parvenza democratica abbattuta dal ciclone nazista nel 1933. L'articolo evidenzia punti importanti.
Primo: stampare moneta senza adeguata copertura (quello che i barnardiani vorrebbero) e cioè definire un valore unitario della moneta è un assurdo e criminale atto di politica economica
Secondo: le crisi di iperinflazione distruggono, in primo luogo, le classi meno abbienti; i ricchi furbetti del quertirino si salvano e speculano sul povero.
Ho annotato in grassetto i passaggi che ritengo più utili al dibattito, che, come al solito, mi auguro ricco e fecondo di spunti.