Ho avuto modo di pormi criticamente in riflessione sugli arresti visti applicare nei giorni passati verso alcuni appartenenti al movimento noTav.Non pochi in verita' visto che parliamo di alcune decine e portati alla ribalta della cronaca in modo assai strumentale come "violenti esponenti" delle frange del movimento .Di sicuro non voglio indulgere in facili giustificazioni o porgere il fianco verso accreditamenti della violenza come mezzo sulla prospettiva della rivendicazione ,semmai mi sembra inevitabile una valutazione dei provvedimenti che non appare sgombra da ombre verso le scelte .Non intendo de facto pormi in polemica sul merito delle contestazioni e delle articolazioni del teorema accusatorio,che hanno ben altra dignita' che un ambito di semplice scambio di opinioni,ma considerati i riferimenti in merito agli art 337,581,582 c.p e relativi accessori mi chiedo perche' procedere a scelte di traduzione in carcere ed arresto se questo trova naturale percorso nella sostanza della flagranza della commistione mentre e' discrezionale sull'ipotesi.La sostanza speculativa e relativi meriti dell'indagine investigativa vengono infatti portati in effetto diversi mesi dopo i fatti. Scelte quindi con diversi percorsi a frapporsi negli orientamenti siano questi sulle convenienze che sulle necessita',ma pare maturate con sorprendente "omogeneita'" verso tutti gli attori in concorso sui fatti,un bell'appiattimento delle considerazioni e delle valutazioni.... Pare non sia il solo a pormi in riflessione, mi e' capitato di leggere sul manifesto le parole di Livio Papino magistrato ora in pensione e fino al 2010 membro del Consiglio Superiore della Magistratura.Uomo di indubbio spessore che In passato ha ricoperto i ruoli di consigliere di Cassazione, sostituto procuratore generale a Torino e presidente di Magistratura Democratica. La sua analisi porta in risalto considerazioni comuni per cui la riporto augurandomi ponga a maturazione opportune domande sui modi e sui metodi.
L’emissione, nei giorni scorsi, della misura cautelare nei confronti di alcune decine di esponenti No Tav per fatti avvenuti sette mesi fa non è una forzatura soggettiva (e, anche per questo, sono sbagliate le polemiche e gli attacchi personali). È qualcosa di assai più grave: una tappa della trasformazione dell’intervento giudiziario da mezzo di accertamento e di perseguimento di responsabilità individuali (per definizione diversificate) a strumento per garantire l’ordine pubblico. Provo a spiegarmi con qualche esempio. Primo. Non era in discussione – e non lo è, almeno per me – la necessità di effettuare le indagini necessarie ad accertare le responsabilità per reati commessi nel corso delle manifestazioni. Ma non è indifferente il modo in cui ciò è avvenuto. Cominciamo dalle misure cautelari. Non erano obbligatorie e, dunque, la loro emissione è stata una scelta discrezionale. Di più, i reati contestati consentono, in astratto e con il bilanciamento di aggravanti e attenuanti, la sospensione condizionale della pena o l’accesso immediato a misure alternative al carcere.
Dunque la regola era procedere con gli indagati in condizioni di libertà. Perché, allora, la scelta dell’arresto? L’ordinanza del giudice per le indagini preliminari lo dice quasi con candore: «I lavori per la costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione proseguiranno almeno altri due anni; pertanto, non avrà fine, a breve termine, il contesto in cui gli episodi violenti sono maturati; peraltro, il movimento No Tav ha pubblicamente preannunciato ulteriori iniziative per contrastare i lavori». L’indicazione del movimento No Tav e della sua azione di protesta come bersaglio della misura non potrebbe essere più esplicita. Secondo. C’è nel diritto penale, e prima ancora nella civiltà giuridica, un principio di fondo secondo cui la responsabilità è personale e va graduata in base alle caratteristiche dei fatti. Nell’ordinanza, al contrario, il giudizio su ciò che è accaduto nei pressi del cantiere della Maddalena il 27 giugno e il 3 luglio dell’anno scorso si sovrappone in toto alle condotte individuali. Si parte, certo, dall’analisi dei fatti attribuiti a ciascuno ma poi, quasi subito, questo riferimento scompare. Così – avendo come riferimento alcuni frammenti degli scontri avvenuti in quelle giornate – si definiscono «gravi», al punto da giustificare l’arresto, condotte come «afferrare per un braccio un operatore di polizia allo scopo di ostacolarne l’avanzata» o «far parte del gruppo di manifestanti accorsi con una paratia mobile per ostruire il passaggio». Di più, queste condotte, accompagnate dal «permanere nel contesto degli scontri», comportano la contestazione di lesioni in danno di 50 agenti, dovendo ritenersi «superflua l’individuazione dell’oggetto specifico che ha raggiunto ogni singolo appartenente alle forze dell’ordine rimasto ferito, come lo è l’individuazione del manifestante che l’ha lanciato, atteso che tutti i partecipanti agli scontri devono rispondere di tutti i reati (preventivati o anche solo prevedibili) commessi in quel frangente, nel luogo dove si trovavano». Terzo. Per valutare i fatti è necessario collocarli nel contesto in cui avvengono. E invece, nell’ordinanza, il contesto scompare. Sparisce la complessità di due giornate convulse in cui è accaduto di tutto: anche la commissione di reati ma, a fianco e contestualmente, una grande mobilitazione il cui fine non era aggredire le forze di polizia ma ostacolare l’apertura e disturbare la realizzazione di un cantiere ritenuto illegittimo. Spariscono gli “scontri” e tutto si riduce – a dispetto della realtà – a una aggressione collettiva e preordinata nei confronti un bersaglio considerato fisso, immobile e inattivo. Sparisce il lancio – fittissimo – di lacrimogeni, al punto che il possesso di fazzoletti, occhialini, maschere antigas, limoni e finanche farmaci viene considerato come «elemento fortemente indiziante la preordinazione e il perseguimento di un unico, comune, obiettivo» violento anziché come mezzo per proteggersi dal fumo e dai gas e che tutto è decontestualizzato con conseguente assimilazione di fatti diversi (mentre non sono, all’evidenza, la stessa cosa un gesto isolato di rabbia o reazione e una condotta aggressiva preordinata e protratta nel tempo). Tanto basta per segnalare che la questione riguarda direttamente il rapporto tra conflitto sociale e giurisdizione e non solo – come si cerca di accreditare – alcune frange isolate ed estremiste.